Perugia, 22/05/2012 ore 03.44

Arte e cultura

E' perugino il protagonista dell'ultimo film di Gabriele Salvatores

Luana Pioppi
11/01/2009 ore 14.36

(UJ.com) PERUGIA - E' un perugino purosangue il protagonista dell'ultimo film di Gabriele Salvatores, intitolato "Come Dio comanda", che viene proiettato in questi giorni presso le sale dei cinema di tutta Italia. Filippo Timi, classe 1974, non è alla sua prima esperienza del genere visto che è uno dei migliori attori teatrali d'Italia (premio "Ubu under 30" vinto nel 2004) ed avendo già mosso i suoi primi passi nel cinema gli hanno valso il premio "Fice" (Federazione cinema d'essai) come attore dell'anno, grazie al ruolo da protagonista in "In memoria di me" di Saverio Costanzo e a quello, più defilato, in "Saturno contro" di Ferzan Ozpetek. 
 
Timi è una vera e propria forza della natura. Ragazzino di provincia - originario di Ponte San Giovanni - Filippo, "Fili" per gli amici, era balbuziente e quasi cieco: soffriva della sindrome di "Stargardt" (non vedeva nulla al centro del campo visivo e aveva il 50 per cento di rischio di finire nel buio pesto). Obeso ed epilettico, è passato dai cubi delle discoteche alle passerelle di Armani prima di affermarsi nel teatro di ricerca, tanto ginnico quanto cerebrale, sotto l'ala di Giorgio Barberio Corsetti.
 
Timi sale alla ribalta con il libro "Tuttalpiù muoio", scritto insieme a Edoardo Albinati, edito da Fandango Libri e diventato spettacolo teatrale come "La vita bestia", da lui adattato e interpretato nel 2006. Lo spettacolo è stato diretto da Giorgio Barberio Corsetti, suo maestro di lungo corso, e ha debuttato al Teatro India di Roma. Il libro è la cronistoria di un giovane sopraffatto dalle situazioni: un presunto male incurabile a una gamba, la presenza di personaggi strani, il segreto amore per una coetanea, le esperienze omosessuali che gli segneranno la vita. Come può un giovane balbuziente povero, quasi cieco e omosessuale, pretendere di più dalla vita? Le sconfitte sono affrontate con spietato umorismo e autoironia.

Nei primi anni Novanta lavora al Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale con Pontedera, arrivando a mettere in scena e recitare in "Paolo di Tarso" di Dario Marroncini, "Fuoco Centrale" con Cesare Ronconi del Teatro Valdoca di Cesena, "G.A. Story" con Robert Wilson. Partecipa poi allo studio preparatorio condotto da Pippo Del Bono per lo spettacolo "La rabbia". Nel 1996 comincia una collaborazione costante con Giorgio Barberio Corsetti e la sua Compagnia Teatrale. È un periodo ricco, di crescita individuale e professionale: Timi diventa un attore eclettico ma non eccentrico, difficilmente catalogabile ma rigoroso. L'evoluzione arriva a fargli vincere il Premio Ubu quale miglior attore dell'anno under-30, per le interpretazioni negli spettacoli più recenti come "Metafisico Cabaret".

Il cinema lo scopre nel 1999, ed è cinema indipendente quasi underground: il "Tonino De Bernardi" di Appassionate e di Rosatigre, l'esordio di Anna Negri ("In principio erano le mutande"), gli scandali di Giada Colagrande ("Aprimi il cuore", 2002). Poi è nell'esordio intenso di Francesco Fei ("Onde", 2004) senza negarsi per un cortometraggio targato Kubla Khan di una giovanissima promessa romana, Matteo Rovere ("Homo Homini Lupus", 2006). Nel 2007 esplode di nuovo: è in "Saturno contro" di Ozpetek, "In memoria di me" di Saverio Costanzo e in "Signorinaeffe" di Wilma Labate; nel 2008 è pronto per Salvatores, nel nuovo adattamento da un romanzo ("Come Dio comanda") di Niccolò Ammaniti. Nel 2007 torna scrittore sempre per Fandango Libri: "E lasciamole cadere queste stelle". Tiene anche una rubrica fissa sul mensile "Rolling Stone", intitolata "La fiera del cinghiale".

COME DIO COMANDA, la trama - In una landa desolata del Nord-Est Italia, tra cave di pietra, case sparse e anonimi centri commerciali, vivono un padre e un figlio. Rino Zena (Filippo Timi), disoccupato e ostinato, educa Cristiano, un adolescente timido e irrequieto che i compagni schivano e le ragazzine umiliano. Soli contro il mondo e contro tutti, hanno un solo amico: Quattro Formaggi, un disgraziato offeso da un incidente con i fili dell'alta tensione e ossessionato da Dio, dal presepio e da una biondissima pornodiva. Uniti da un amore viscerale, Rino e Cristiano tirano avanti un'esistenza orgogliosa che reagisce alla prepotenza del prossimo e all'ingerenza dei servizi sociali. Dentro una notte di pioggia e fango una ragazzina cambierà per sempre i loro destini. Gabriele Salvatores raccoglie per la seconda volta la sfida di Niccolò Ammaniti. Eppure non si tratta veramente di una sfida, piuttosto di un completamento, di uno sviluppo, di una naturale trasposizione dalle parole alle immagini. Il regista milanese si mantiene infatti sostanzialmente fedele al dettato del romanzo omonimo, con qualche minima variante e alcuni interventi chirurgici. La sua operazione consiste nel lasciarsi il tempo di trattare ciò che ha scelto di conservare e nell'evidenziare la natura “cinematografica” del libro. Così dopo il viaggio verso la coscienza e la disubbidienza (all'ingiustizia) di Io non ho paura, Salvatores gira un('altra) favola nera, affollata di lupi, agnelli e bambine col cappuccio rosso, che procede in direzione contraria e parallela dentro un cono d'ombra e nella risonanza panica del paesaggio. Dopo essere andato a Sud, l'autore si sposta nel lontano e mitizzato Nord, palesandolo e rivelandone i tratti spaventosi. Un luogo di sassi e fango abitato da tre personaggi immersi in un sordo rancore nichilista, che si trascinano giorno dopo giorno tra voglia di integrazione e profonda insicurezza. Come dio comanda descrive le ferite e le miserie di “precari” dell'esistenza sgradevoli e violenti. Una tipologia impossibile da integrare che riesce a trasmettere lo strazio della propria condizione umana per la verità che esprime e che vive di espedienti in una realtà dove tutti sono diventati troppo ricchi. L'impetuoso padre di Filippo Timi porta in sé una ferita che i servizi sociali hanno diagnosticato ma che non si preoccupano di guarire. Nessuno lo protegge o lo sostiene nel quotidiano, nessuno gli offre una chance per uscire da un'esistenza impedita a ogni possibile normalità. Zena è un soggetto inaffidabile, costretto a lottare contro la logica implacabile di un assistente sociale che minaccia di togliergli il figlio, unica e reale possibilità d'amore, e il loro elementare diritto di essere una famiglia. Poi, il lampo di un temporale infinito scatenerà un evento al di sopra delle loro possibilità, qualcosa di inatteso che ha il carattere del destino. Coniugando una tragedia privata con il non senso collettivo, Salvatores si pone il problema di come continuare a fare del cinema a partire dalla realtà e dalle sue storie, senza ricadere nell'ambiguità morale della mimesi del reale. Imprime quindi alle immagini uno sguardo etico, che rispetta la complessità dei corpi messi in scena e degli accadimenti di cui si fanno veicolo. Quest'ordine di considerazioni si produce come volontà di guardare il prima delle vite dei tre protagonisti, che sfocia nella tragedia quotidiana del loro durante.


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