Perugia, 09/02/2012 ore 07.21

Economia

“VERSO L'UMBRIA DEL 2020, DAGLI ATTUALI NODI STRUTTURALI AI FUTURI SCENARI DI SVILUPPO"

Danilo Nardoni (Uff Stampa)
17/03/2010 ore 19.59

(UJ.com) PERUGIA - Pensare nuovi percorsi di sviluppo in Umbria. Lo studio commissionato da Confindustria Umbria all’Università degli Studi di Perugia sfocia in una naturale prospettiva politica ed ha iniziato a sollecitare un interessante ed ampio dibattito. “Verso l’Umbria del 2020 – Dagli attuali nodi strutturali ai futuri scenari di sviluppo” è il titolo dell’analisi economica, curata dal prof. Bruno Bracalente, che è stata al centro dell’incontro organizzato oggi pomeriggio presso l’Auditorium di Confindustria. Il dibattito che ha poi chiuso il convegno si è sviluppato con una tavola rotonda - che ha seguito la presentazione dello studio - dal titolo “Quale politica industriale per l’Umbria”, coordinata da Andrea Gennai de Il Sole 24 Ore, ed alla quale hanno partecipato Umbro Bernardini, presidente di Confindustria Umbria, e le candidate dei tre principali schieramenti politici alla presidenza della Regione, Catiuscia Marini, Fiammetta Modena e Paola Binetti.

 

L’apertura dei lavori del convegno è stata invece affidata ad Antonio Campanile, vicepresidente Confindustria Umbria, e a Pierluigi Daddi, preside della Facoltà di Economia dell’Università di Perugia. La riflessione proposta, inoltre, si colloca opportunamente all’interno del contesto nazionale, il quale è stato trattato - dopo la presentazione di Bracalente - da Giampaolo Galli, direttore generale Confindustria. A partire dall’esame dei nodi strutturali del sistema locale, con questa ricerca si formulano delle ipotesi circa il profilo economico, sociale e demografico che avrà l’Umbria tra 10 anni. Ciò che più colpisce del lavoro, è stato sottolineato, è che la divergenza dell’Umbria rispetto alle regioni limitrofe tenderà probabilmente ad aumentare, se non si introdurranno dei correttivi alle forze spontanee. L’Umbria è l’unica regione del centro nord ad avere un reddito pro capite inferiore alla media nazionale. Questo divario negativo si è presentato per la prima volta nel 1984 e da allora non si è più colmato. “Se i nodi strutturali esistenti non verranno sciolti – ha affermato Bracalente durante l’esposizione dell’indagine sui fenomeni economici – la forbice tra l’Umbria e le regioni più dinamiche del paese si allargherà e la differenza sarà più intensa in negativo se la crescita italiana sarà trainata dalle esportazioni. Visto che le vendite all’estero poco incidono sul Pil umbro, una loro crescita significa determina l’espansione delle regioni aperte all’estero e la retrocessione relativa di quelle che dipendono dalla domanda interna. Al contrario, se in futuro l’Italia non sarà protagonista degli scambi mondiali, allora il divario Umbria/ regioni leader diminuirà”.

 

“Con questa analisi – ha sottolineato Bracalente – non si sono volute fare previsioni ma vedere in che misura i caratteri strutturali, se non modificati, possano condizionare il futuro dell’Umbria. La nostra regione presenta problemi di dinamica economica, con l’andamento della produttività che è sotto la media italiana di dieci punti. Questa però, in Umbria, è un problema più sentito per i servizi di mercato che non per l’industria”. Generalmente le indagini economiche riguardano l’analisi di ciò che è accaduto, in un passato più o meno recente. In questo caso lo studio, realizzato grazie al contributo della Cassa di Risparmio di Spoleto, concerne il futuro. Da qui l’importanza e gli spazi per una azione politica, ed innanzitutto di politica industriale, per correggere l’attuale penalizzante bilanciamento tra “motori autonomi” (Imprese manifatturiere export oriented) e “motori non autonomi” (P.A., servizi privati per il mercato locale) della crescita. “Se non si interviene con politiche industriali appropriate – ha detto Campanile – si rischia di trovarci nel 2020 più distanti da chi corre veloce. Le ragioni della ricerca sono state quelle di conoscere le condizioni ambientali in cui si svolgerà l’attività industriale delle nostre associate, di definire nuovi servizi alle imprese per sopperire ad eventuali carenze dell’offerta territoriale e di sollecitare un dibattito. Per cercare di recuperare il terreno perso occorrono interventi che diano più forza ai motori autonomi dalla domanda interna, riducano relativamente il peso dei motori non autonomi e sviluppino le potenzialità di un altro possibile motore autonomo, il turismo. Si pone dunque con forza la questione manifatturiera LE FOTO.

 

In Umbria, per progredire, ci vorrà più industria. E più Confindustria, per aiutare le imprese a crescere e per definire le politiche per il loro sviluppo”. Stando alle analisi presentate nella ricerca, il futuro per l’Umbria non è affatto tranquillizzante. La distanza che si è accumulata rispetto alle regioni più avanzate del Paese ed alla stessa media nazionale, misurata in maniera estremamente sintetica dal prodotto per addetto, rischia di ampliarsi. La nostra regione si è distanziata dal gruppo di territori a cui è più affine, e non è più riuscita a recuperare il terreno perso. Ha certamente compensato questo divario potenziando altri aspetti della convivenza, che concorrono a definire il livello di benessere qualitativo, rispetto al quale infatti eccelle. Non è stata in grado, fino ad ora, di trovare il punto più alto possibile di sintesi tra la quantità del reddito e la qualità della vita. Non va sottaciuto il raggiungimento di un obiettivo che l’Umbria si era storicamente posta, quale quello della pressoché piena occupazione. Ma allo stesso tempo sembra che lo abbia fatto dando vita ad un modello di sviluppo con insufficienti potenzialità di crescita. Tanto è vero che i prossimi anni, anziché favorire la convergenza, potrebbero alimentare una ulteriore divergenza.

 

Ciò in considerazione dei nodi strutturali della nostra economia, che presenta un bilanciamento tra “motori autonomi” e “motori non autonomi” troppo spostato a favore di questi ultimi. L’industria manifatturiera, che dei primi è protagonista, ha un peso insufficiente nella composizione del valore aggiunto, almeno se confrontato con quanto si registra in zone più virtuose, ed è troppo spostata sulla domanda interna rispetto a quella estera. Allo stesso tempo si rileva un peso notevole dei servizi pubblici non di mercato e delle piccole attività di terziario fortemente ancorate ai fattori locali ed a bassa produttività. In prospettiva, a complicare ulteriormente le cose interverrebbero poi le tendenze demografiche, la scarsa mobilità sociale, l’insufficiente valorizzazione del merito, l’affermarsi di reti chiuse. “Da questa analisi – ha dichiarato Bernardini – emerge l’importanza fondamentale di predisporre politiche industriali che riescano a correggere un percorso che, lasciato alle sue forze inerziali, ci porterebbe fuori strada. Con questo studio commissionato all’Università di Perugia pensiamo di avere reso così un servizio non solo agli imprenditori, ma all’Umbria intera, dando un importante contributo a quanti la studiano, la governano, la abitano. Obiettivo è quindi quello di trarne idee e stimoli per concorrere, nell’ambito delle proprie responsabilità, a proporre politiche che ridiano slancio ad una regione che rischia altrimenti di ritrovarsi nel 2020 ancora più distante dalla media del Paese”. Giampaolo Galli, direttore generale Confindustria, ha messo in evidenza le richieste che in questo momento di elezioni vengono fatte ai politici: “Chiediamo – ha detto – delle buone amministrazioni, regole semplici, più stabili e la certezza del diritto. Ai candidati chiediamo impegno a far funzionare le amministrazioni e in questo senso la dimensione locale è fondamentale.

 

Credo nell’importanza delle elezioni regionali e momenti di confronto come questo sono cruciali per far sentire addosso ai candidati gli stimoli e le proposte della società civile”. Infatti, dopo il quadro delineato con la presentazione della ricerca, si è tenuta una tavola rotonda tra le candidate alla presidenza della Regione Umbria. Queste hanno così potuto fare le loro osservazioni e proposte. “Considero fondamentali – ha detto la Marini – due motori autonomi che ci consentiranno di affrontare quei nodi che ci rendono meno dinamici di altre regioni: il manifatturiero, con il quale penso sia possibile indirizzare anche politiche pubbliche, e il turismo. Bisogna consentire alle imprese di semplificare i passaggi burocratici, migliorare l’accesso al credito e sfruttare al meglio i bandi europei”. “Sono d’accordo – ha affermato la Modena – quando si dice nella ricerca che per crescere la regione ha bisogno di una mentalità che punti al merito, sul capitale umano e su chi vuole investire. La nostra coalizione infatti vuole dare importanza a coloro che producono reddito, rovesciando radicalmente l’impostazione seguita fino ad oggi”. “C’è bisogno assoluto di discontinuità – ha detto la Binetti – perché come si è visto da questa indagine ciò che è stato fatto finora è inadeguato per risolvere i problemi della regione” LA RICERCA L’analisi sull’Umbria del 2020 non è principalmente, né propriamente, di carattere previsionale. E’ prima di tutto un’analisi approfondita, sotto molti e diversi profili – dal regionale al locale, dalle imprese alle famiglie –, dei nodi strutturali che storicamente caratterizzano il sistema produttivo umbro. Nodi e limiti strutturali con i quali esso si è presentato di fronte alla crisi e dal superamento dei quali dipenderà una parte non secondaria del futuro economico della regione. Non si tratta, dunque, di tentare di prevedere ciò che avverrà, ma identificare lo spazio per le scelte e le politiche che possono modificare le traiettorie spontanee e determinare un futuro diverso.

 

Nonostante la disponibilità di buone risorse imprenditoriali e di capitale umano, l’economia umbra da tempo esprime una modalità di crescita che non le consente di raggiungere quel livello medio di sviluppo del Paese che tutte le altre regioni del Centro Nord hanno superato da tempo. La minore estensione delle attività produttive che competono direttamente o indirettamente sul mercato aperto - che pure hanno compiuto (almeno una parte di esse) significativi progressi in questi anni - non è estranea a questa strutturale difficoltà a mettere in moto meccanismi cumulativi di crescita economica che soli possono sospingere l’economia regionale verso un sentiero di convergenza. Per ridurre gli effetti sullo sviluppo regionale complessivo, e quindi sul tenore di vita della popolazione, derivanti da questo limite strutturale del sistema produttivo umbro, è stata agevolata una crescita molto sostenuta delle attività rivolte al mercato interno alla regione. In passato il settore pubblico e l’industria delle costruzioni, più di recente soprattutto le attività commerciali e in particolare la grande distribuzione. Ne è risultata una notevole crescita della occupazione, ulteriormente intensificata nel corso degli anni più recenti, quando ha anche costituito un non secondario fattore di attrazione di immigrazione dall’estero.

 

Ma si è trattato di uno sviluppo occupazionale di qualità mediamente non elevata, sia sotto il profilo della stabilità (quella addizionale è stata in larga misura occupazione precaria), sia sotto il profilo del capitale umano incorporato (basse qualifiche e scarsi livelli di istruzione). Il che ha contribuito ad allargare il problema della bassa produttività a settori diversi dall’industria, approfondendo il divario negativo che da sempre caratterizza il sistema regionale. Il divario complessivo di produttività – che si è ridotto nell’industria manifatturiera, anche per effetto dei cambiamenti di composizione settoriale che ne hanno modificato l’assetto – oggi è in gran parte dipendente dalla bassa produttività delle attività commerciali, a seguito della loro crescita estensiva, e più in generale del fatto che in questi anni in Umbria è cresciuto un terziario relativamente povero di valore. Sicché la stessa occupazione aggiuntiva, che ora è esposta ai venti della recessione, ha risolto solo in parte minore l’altrettanto storico problema di trovare uno sbocco occupazionale adeguato ai giovani umbri ad elevata scolarizzazione.

 

Quello che si è determinato alla fine di questo percorso è, in definitiva, un sistema regionale che nonostante i notevoli progressi dell’industria manifatturiera di qualità e la forte crescita dell’occupazione complessiva, che pure è un obiettivo importante in sé, non è maggiormente competitivo nello scenario nazionale (come dimostra l’ampliato divario di produttività). E si è complessivamente più allontanato che avvicinato alle caratteristiche strutturali tipiche delle regioni appartenenti al cosiddetto modello NEC (modello di industrializzazione diffusa che nei decenni passati si è affermato in particolare nelle regioni del Nord Est), comprese quelle dell’Italia mediana. Senza peraltro compromettere i livelli di benessere, che sono invece del tutto assimilabili a quelli di tali regioni. Il confronto tra Umbria e Marche è, da questo punto di vista, il più significativo. Il complesso delle dinamiche strutturali che hanno caratterizzato i due sistemi produttivi regionali nel corso degli ultimi due decenni ha prodotto una evidente diversità di modelli di sviluppo. Le proiezioni a dieci anni segnalano che in futuro i meccanismi che fin qui hanno consentito di garantire quell’equilibrio al sistema regionale è probabile che non potranno funzionare più come in passato. Da questa consapevolezza origina lo spazio, molto ampio, per le scelte collettive che possono modificare le traiettorie spontanee e spingerle in una diversa direzione. In particolare, nel corso dei prossimi dieci anni è prevista una ulteriore crescita della popolazione residente, ma a tassi progressivamente decrescenti, nonostante la prevedibile ripresa della fecondità (indotta anche dalla estesa componente straniera), soprattutto per effetto di un altrettanto prevedibile contenimento dei flussi di immigrazione (sia dall’estero che interni). In ogni caso, la popolazione residente dovrebbe contare nel 2020 circa 70 mila abitanti in più (rispetto al 2008), con un tasso di crescita che si manterrebbe pertanto maggiore di quello medio del Paese.

 

Sulla offerta di lavoro nel 2020 influiranno oltre ai flussi di immigrazione prevedibili, le dinamiche demografiche che hanno caratterizzato il passato meno recente della regione (e del Paese), che comporteranno un notevole invecchiamento della popolazione in età di lavoro. A meno che la crescita economica futura dopo la grande recessione non recuperi un improbabile ritmo particolarmente sostenuto, le tendenze demografiche e dell’offerta di lavoro lasciano prevedere una crescita insufficiente dell’occupazione e, nella ipotesi (per nulla da escludere) che la ripresa sia molto lenta, anche un rischio elevato di alta disoccupazione. Da qui a dieci anni aumenterà di molto l’offerta di occupazione qualificata da parte di una popolazione regionale che tra entrate di giovani e uscite di anziani, parallelamente ad un invecchiamento delle forze di lavoro, vedrà aumentare il numero di laureati appartenenti alle forze di lavoro di circa 12 mila (dai 65 mila di oggi: quasi un quinto in più) e il numero di diplomati di poco meno di 50 mila (dai 202 mila di oggi: circa un quarto in più). La percentuale di laureati e diplomati sul totale delle forze di lavoro passerà così dal 68 per cento di questi ultimi anni al 78 per cento del 2020. Dal lato della domanda di lavoro, invece, le ipotesi adottate per lo scenario base produrrebbero l’assorbimento di circa il 90 per cento dei laureati e dell’80 per cento dei diplomati, mentre la domanda di lavoro non qualificato (altri titoli di studio) al contrario sopravanzerebbe l’offerta di 30 mila unità. Questi 30 mila posti di lavoro non qualificato che, nelle ipotesi fatte, non troverebbero una corrispondente offerta, sono dunque una misura della possibile futura estensione del bacino di sottoccupazione dei laureati e, soprattutto, dei diplomati. Verso il 2020: il porto d’arrivo, le politiche, la politica Il futuro a cui tendere, il porto d’arrivo verso cui orientare le scelte collettive, prima ancora che un più alto livello dello sviluppo, è una sua diversa modalità, senza della quale nella economia regionale del futuro non è prefigurabile la necessaria maggiore intensità relativa della crescita economica, e forse neppure il mantenimento degli attuali livelli relativi di benessere.

 

Se non è più tempo di crescita quantitativa in generale, come è chiaro non da oggi per la manifattura di minore qualità, non è neppure pensabile che in Umbria possa continuare la crescita quantitativa delle attività terziarie tradizionali rivolte alla domanda locale, la cui offerta da tempo cresce più di una domanda forse destinata a rallentare invece che ad accelerare. E per ragioni ancor più evidenti, non appare facilmente sostenibile come in passato neppure quel ruolo integrativo del settore pubblico nella determinazione degli elevati livelli di benessere della società regionale. All’Umbria del futuro non basta dunque una semplice evoluzione, per quanto virtuosa, dell’assetto produttivo che si è determinato attraverso le diverse fasi del suo processo di sviluppo passato. Non soltanto a causa delle discontinuità che l’attuale crisi potrà determinare, ma pure indipendentemente da esse, per i caratteri che il sistema possedeva prima della crisi, l’evoluzione virtuosa dell’esistente deve essere accompagnata anche dall’avvio di percorsi nuovi. L’obiettivo strutturale, di sistema, non può che essere un nuovo equilibrio dell’assetto produttivo, più spostato verso le attività che vivono di competizione nel mercato globale, che sono da estendere e rafforzare. A partire dall’industria manifatturiera, il cui patrimonio di imprenditorialità e professionalità degli addetti può essere stabilmente salvaguardato dagli effetti della crisi in atto, e dai cambiamenti di scenario già avvenuti, soltanto attraverso una decisa trasformazione, in parte avviata, verso l’alta qualità in tutti i settori, un rafforzamento della sua connotazione sistemica e una nuova collocazione nei segmenti a più alto valore aggiunto delle filiere globali. Lo strumento per farlo è un forte investimento, nelle persone ancor più che nelle macchine, nella intelligenza terziaria interna alle imprese e tramite l’acquisto di servizi di qualità nel mercato.

 

L’obiettivo è inserirsi insieme alla parte più dinamica dell’industria italiana nei nuovi mercati, sia geografici (dei paesi emergenti) che dell’innovazione tecnologica. A partire da quello relativo alle nuove fonti energetiche, dove in Umbria si sono già avviate esperienze significative che contribuiscono a conseguire anche un altro importante obiettivo di sistema: quello di dare un profilo più coerente al modello di sviluppo di una regione che del suo marchio riconosciuto di “cuore verde” deve poter fare anche un moderno fattore di sviluppo economico. L’attrazione dall’esterno di talenti e di imprese innovative nei settori industriali e terziari fondati sulla conoscenza e l’innovazione è un altro percorso necessario per modificare l’assetto sistemico dell’economia regionale nella direzione indicata. Un percorso lungo il quale l’Umbria di più elevata qualità ha in qualche rilevante caso già dimostrato di potersi inoltrare. Se sostenuto da adeguate politiche di rafforzamento e valorizzazione di tutti i fattori della attrattività regionale – dalla Università alle risorse culturali, dalla qualità ambientale e urbana alla accessibilità tramite adeguate infrastrutture – quel sentiero potrà essere percorso con maggiore successo anche in futuro. Particolarmente importante, da questo punto di vista, è il recupero della qualità urbana, nei centri storici come nelle periferie delle città umbre. Il necessario investimento nella qualità delle città e nella loro moderna infrastrutturazione può peraltro costituire l’occasione per avviare una nuova fase di crescita dell’industria regionale delle costruzioni e per dare a questo importante settore dell’economia umbra una nuova identità.

 

Le medesime politiche sono del resto rilevanti anche per un altro tipo di attrazione di risorse esterne che pure può contribuire positivamente a sostenere il futuro sviluppo della regione: l’attrazione di nuove fasce di domanda turistica capaci di incrementare, per quanto possibile, la forza propulsiva di questo gracile “secondo motore” dello sviluppo regionale. Prima ancora dell’economia, è la società regionale che deve essere più aperta al nuovo. Per questo alle politiche per le imprese, volte ad incrementare la domanda di lavoro qualificato, devono aggiungersi anche politiche per le famiglie, volte ad agevolare diffusi investimenti in alta istruzione e a potenziare l’offerta di capitale umano. Per essere più produttivo, il capitale umano ha tuttavia bisogno anche di capitale sociale. Come le imprese isolate sono più deboli nel mercato e per competere hanno bisogno di inserirsi in reti e filiere, locali e globali, anche i soggetti individuali, compresi quelli dotati di alto capitale intellettuale, non esprimono appieno il loro potenziale economico in isolamento, ma nell’ambito di reti di relazioni personali. Il capitale sociale che serve allo sviluppo economico, e più in generale al benessere individuale e collettivo, è fatto essenzialmente di “legami deboli”, informali, di relazioni orizzontali di reciprocità che le persone e le stesse imprese costruiscono nella loro vita e nella loro attività produttiva. Su questo tipo di capitale sociale, che è un bene collettivo fonte di rilevanti economie esterne, si è fondata una parte del successo dei distretti industriali italiani e dei migliori sistemi produttivi locali della regione. Del medesimo tipo di capitale sociale e di economie esterne ci sarà bisogno anche per lo sviluppo locale e regionale del futuro.


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