Perugia, 09/02/2012 ore 04.18

Arte e cultura

CONNOISSEUR E ANTIQUARI. IL RITORNO DELLE CERAMICHE IMBERT A ORVIETO

 
13/03/2010 ore 09.52

(UJ.com) ORVIETO - La mostra verrà inaugurata Sabato 13 marzo alle ore 11 presso la Chiesa di san Giacomo Maggiore in Duomo. Curata da Lucio Riccetti e supportata da un qualificato Comitato scientifico internazionale, la mostra è promossa da un esteso Comitato di enti e in particolare dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e il Paesaggio dell’Umbria, della Regione Umbria, del Comune di Perugia, del Comune di Orvieto / Assessorato alla Cultura, della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, della Fondazione Centro Studi Città di Orvieto.

 

Scopo della mostra

Alexandre Imbert, antiquario francese (Napoli, 1865 – Buenos Aires, 1943), entro il 1908, nel pieno della febbre degli scavi che stava attraversando la città di Orvieto, mette insieme la propria collezione di ceramiche medievali orvietane. Ciò che distingue Imbert dai tanti altri collezionisti, antiquari, marchand-amateur e agenti dei musei che, negli stessi anni, scavano o acquistano ceramica orvietana, è la decisione di affidare al giovane studioso e archeologo orvietano Pericle Perali (Orvieto, 1884 – Roma, 1949) prima una ricerca d’archivio, poi la stesura vera e propria di un libro.

 

Il risultato è Ceramiche orvietane dei secoli XIII e XIV. Note su Documenti, un volume, in 4°, di 44 pagine e 14 tavole, stampato in “edizione di dugento esemplari non venali” da Forzani e C., tipografi del Senato, nel 1909, che Imbert dedica a J. Pierpont Morgan. Per il magnate americano, l’antiquario confeziona un esemplare unico che, oltre alla coperta in cuoio con impressioni in oro e i fogli di risguardo in raso damascato, contiene un inserto di 15 tavole ad acquerello con la riproduzione delle 50 ceramiche selezionate dallo stesso Imbert (o forse da Perali); in tutte le altre copie sono riprodotte soltanto 48 ceramiche, in 14 tavole fotografiche in bianco e nero. Il libro era ed è anche un oggetto raro. Un catalogo da collezionare, che si riceveva soltanto in dono. Il marchand-amateur lo utilizzò come vero e proprio ‘biglietto da visita’ e, molto oculatamente, ne fece omaggio, sempre con dedica autografa, a collezionisti facoltosi, direttori dei musei, studiosi, possibili clienti. Ciò che oggi si sottolinea è l’originalità dell’impostazione e dei contenuti.

 

In Ceramiche orvietane, Pericle Perali, nel suo scarno quanto evocativo linguaggio, definisce il modello epistemologico, il paradigma, relativo alla ceramica medievale orvietana, assegnandole una storia e un’iconografia su delle basi concrete, documentarie, definendo un ‘canone’ e stabilendo i confini e i limiti di questo nuovo territorio. Alle cinquanta ceramiche selezionate – 30 forme chiuse e 20 aperte, fra ciotole, catini e conche di grandi dimensioni – è assegnato esattamente questo compito: Perali le trasforma da frammenti e scarti di scavo in semiofori. Sul libro e, soprattutto, sulle 48 illustrazioni di corredo, si è basata e formata la storiografia sulla produzione fittile postclassica.

 

Sulle illustrazioni perché, dal momento del ritrovamento, nel 1908 circa, ad oggi, le cinquanta ceramiche hanno fatto soltanto delle fugaci apparizioni: nella Galerie di Imbert, in via Condotti a Roma; al Pavillon de Marsan dell’Union Central des Arts Décoratifs, dal 22 maggio al 15 ottobre 1911, in occasione della mostra parigina delle Faïences Italiennes de la collection Al. Imbert; poi sarebbero scomparse, seguendo le vicissitudini della collezione Imbert, per ricomparire a Londra nel 1947 e, infine, trovare stabile dimora, nel 1951, presso il Museu de Arte de São Paulo Assis Chateaubriand. Oggi, grazie alla sensibilità del museo brasiliano e di alcuni privati, quelle ceramiche – 34 delle 50 - tornano, sebbene per un breve periodo, a Orvieto.

 

È un’occasione unica, di grande interesse non soltanto perché le ceramiche ritornano, quasi recollecta membra, nei luoghi che ne hanno definito l’aspetto materiale e culturale assieme, ma perché possono essere finalmente viste. La lettura ravvicinata ha fornito e fornisce preziose informazioni sull’elasticità del rapporto, nei primi anni del Novecento, con manufatti che non hanno ancora ottenuto lo status di opere d’arte, passaggio che avverrà soltanto con la legge 364/1909 e, con essa, il concetto, del tutto nuovo, di non replicabilità dell’opera d’arte.

 

Il restauro, cui sono state sottoposte le ceramiche Imbert in occasione delle mostre di Perugia e di Orvieto, ha confermato non solo le modalità dell’approccio culturale proprio di quell’epoca ma anche le tecniche di assemblaggio dei frammenti, delle ricomposizioni e delle reintegrazioni; il rapporto dinamico fra ‘vero’ e ‘falso’, offrendo la possibilità di nuove letture. Infine, l’allestimento della mostra nelle sale del Museo Archeologico Nazionale rende visibile l’intuizione di Pericle Perali circa i “ricorsi di tecniche antichissime e predilezioni di arte non mai spentesi interamente lungo i secoli ne’ luoghi imperandovi un’occulta forza di tradizione”.

 

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